LA REDOSOLA

LA REDOSOLA DI NEBBIU'

LA REDOSOLA DI NEBBIU' OGGI

E’ ottobre, ed un giovane boscaiolo di nome Kundo che abita in una casa nelle vicinanze della >Crosera< a Nebbiù, ogni giorno sale la strada che da casa sua porta in Confoz, da dove in un quarto d’ora è possibile arrivare alla Cascata del Pissandro. Di professione fa il taglialegna, ed in quel bosco doveva tagliare degli alberi che aveva adocchiato il giorno prima, e doveva farlo prima dell’inverno, perché altrimenti la neve che in quegli anni cadeva con l’arrivo dell’autunno, avrebbe coperto tutto e la fatica del suo lavoro sarebbe stata maggiore. Dopo la lunga camminata, prima di lavorare si riposa un po’ bevendo del latte di capra. Poi, mentre con la sua ascia di pietra sta iniziando l’abbattimento del primo albero, vede muoversi tra gli alberi una figura vestita con un abito bianco, che sta cercando di osservarlo senza farsi vedere. Silenziosamente, grazie alla sua esperienza di cacciatore, si porta sopravvento e con pochi passi raggiunge la figura nascosta tra gli alberi e la stringe con le braccia perché non fugga. La guarda: è una bellissima ragazza bionda, molto giovane, che dopo aver lanciato un urlo di sorpresa, gli sorride timidamente. Allora la lascia e la ragazza non fugge, anzi. – “Chi sei, cosa fai in questo bosco?” Chiede Kundo. – “Sono Redosola, dice la ragazza con un filo di voce che non è di paura, ma di emozione, ed abito nella caverna vicino alla cascata. Sono scesa dalla montagna, dove sono nata, camminando lungo il Ru Marilongo. Dall’alto ho sempre visto il paese, ma mia madre non mi ha mai lasciato scendere, ed ho voglia di vedere cosa fanno gli abitanti. Così ho approfittato che mia madre è andata sui pascoli alti con le capre, e sono scappata.” “Non aver paura: non ti farò del male. Io abito in una casa del villaggio, e se vuoi puoi venire a stare con me.” “Devo pensarci, disse Redosola, vieni qui domani a quest’ora.”

Puntuale, il giorno dopo Kundo arriva all’appuntamento con molta apprensione perché ha paura che Redosola gli dica di no. Invece, anche per la ragazza l’incontro con Kundo ha aperto il suo cuore all’amore, ed è già sul luogo dell’appuntamento che l’aspetta. “Sono disposta ad accettare la tua offerta, dice subito, però ad una condizione: non dovrai mai venire dove dormo, dopo il tramonto del Sole. Qualsiasi cosa accada. Prometti.” Kundo, molto felice, accetta la condizione e i due vanno sotto l’acqua della Cascata del Pissandro per fare il bagno insieme suggellando così la loro unione. Poi Kundo prende Redosola sulle sue forti spalle e la porta nella sua casa all’inizio del paese di Nebbiù. Da quel momento, lui lavora per mantenere la moglie e Redosola lo accudisce, dimostrandosi molto tenera nei suoi confronti, come allora non s’usava e sollevando l’invidia degli altri uomini. Passano i mesi ed a Redosola cresce la pancia perché è rimasta incinta. Per partorire non vuole nessuno vicino, nemmeno il marito che ha allontanato con una scusa, tanto che lei stessa scompare per oltre 20 giorni.

 Al suo rientro ha in braccio un bel maschietto che insieme a Kundo decide di chiamare Odnuk.

La vita per i due sposini trascorre felice e il bambino cresce sano e forte: il papà lavora nei boschi e la mamma si occupa della casa e del campo che coltiva in località Cortà, appena sopra il paese. Sono ormai passati 3 anni dal matrimonio e gli amici di Kundo lo prendono continuamente in giro perché non può entrare nella camera della moglie, mettendo in giro le solite chiacchiere di paese: “non ti vuole perché ha un altro, dicono, che quando arriva l’alba, esce dalla finestra.” Kundo fa finta di non sentire, ma dentro di se da ragione agli amici. Una sera, che per il compleanno di un amico, ha buttato giù un bicchiere di sidro in più, arriva a casa e pretende di entrare nella camera di Redosola, ma lei ha chiuso la porta all’interno con un chiavistello non in legno, come tutti quelli della casa, ma in un metallo che lui non conosce. Il bambino è già stato infilato nella pelle di cinghiale che gli serve da letto, e dorme. Allora, con una spallata, butta giù la porta ed entra in camera. Pensava di trovare un uomo insieme alla moglie, ed invece lei è sola, sul letto, spaventata dalla furia di Kundo. Lui si avvicina al letto e lei si alza di scatto e lui vede che ha le gambe come delle capre, con un piede ungulato. Sorpreso, non sa cosa dire. Nello stesso momento lei scappa dalla camera e dalla casa, dirigendosi verso il bosco vicino. In poco tempo è scomparsa, e Kundo è rimasto solo con il bambino che al rumore della porta scardinata, si è svegliato e piange. Il suo pianto gli ha fatto passare la sbronza di colpo. Prova a consolare il bambino, ma non ci riesce perché è troppo nervoso. Allora gli dà un po’ di infuso di malva e Odnuk si addormenta. Poi, esce a cercare la moglie. La cerca fino alle prime luci dell’alba, ma senza risultato. Sconsolato e pentito di aver dato retta agli amici, ritorna a casa, sperando che anche lei sia tornata: nulla! Nella casa c’è solo il bambino che piange perché ha fame. Munge una capra e fa bere un po’ di latte al bambino, che così smette di piangere. Quel giorno non va nemmeno a lavorare, sperando che Redosola ritorni e lo perdoni. Passano le ore, arriva il tramonto, ma nessuno si fa vivo ed anche le capre si lamentano perché non sono state munte. All’imbrunire Kundo si chiude in casa con il bambino sperando ancora nel ritorno della madre. Passano così la notte ed anche i giorni successivi, con Odnuk che vuole la mamma. E’ ormai trascorsa una settimana ed una sera Kundo sembra di aver visto un’ombra passare sotto la finestra della sua casa. Esce e vede Redosola che sta scappando. “Dove vai, gli chiede, c’è il bambino che ti vuole.” “Non tornerò più a casa, afferma Redosola, perché tu hai tradito la mia fiducia ed hai scoperto il mio segreto. Sono un’anguana e non potrò mai vivere con gli umani.” “Se proprio non vuoi perdonare me, dice Kundo, vieni a trovare Odnuk che ha bisogno della sua mamma. Se vuoi, quando arrivi alla Crosera, suona un campanaccio o fai rumore in altro modo. Io lo sentirò e me ne andrò da casa fino a sera. Così Odnuk ritornerà ad essere felice come prima.” “Va bene, disse Redosola, però tu non devi farti mai vedere e prepararmi il mangiare per tutti e due.” Inizia così la strana vita di Redosola e Kundo, che per amore di Odnuk vivono lui la notte e lei il giorno. Lei arriva all’alba è sempre vestita di nero, e porta a tracolla dei campanacci da mucca suonando i quali con il rumore che fanno svegliano tutto il paese. Gli abitanti di Nebbiù un po’ alla volta si abituano al comportamento dei due, e nemmeno si accorgono, quando una decina di anni dopo, Kundo si ammala e muore. Redosola, quando se ne accorge decide insieme al figlio di seppellirlo nel bosco di Pianezze, poco distante dalla casa. Lei, intanto continua ad assistere il figlio, facendo finta di niente, finché un giorno Redosola, entrando a casa, trova il figlio morto: un orso è entrato di notte nella stalla, ha ucciso una capra, e Odnuk che voleva impedirglielo si è preso un’unghiata alla gola che lo ha ucciso all’istante. Allora Redosola ritorna sulla Crosera in cima al paese, nel luogo dal quale avvisava Kundo del suo arrivo, a mentre suona i suoi campanacci emette un urlo di dolore tanto forte che viene sentito da tutto il paese: Kundo, urla, Odnuk, dove siete? Vi ho tanto amato! Come posso vivere senza di voi? Ripete l’urlo fino al suo svenimento. Quando si riprende, risale la montagna e ritorna nel suo antro vicino alla cascata del Pissandro che ha lasciato per sposare Kundo. Da qui esce ogni mese il giorno della morte del figlio per scendere alla Crosera e urlare al mondo il suo dolore. Un urlo che terrorizza i bambini e che viene utilizzato dalle mamme per farsi ubbidire. Con il passare degli anni Redosola diventa vecchia, brutta, ed è sempre più vestita di stracci, finché una notte di temporale scompare in una nuvola, per riapparire solo quando i bambini di Nebbiù fanno i capricci o si comportano male con i propri genitori. Così un bambino diventato adulto per vendicarsi alla vigilia dell’Epifania di tanti anni fa, decide di eliminarla.

Sale all’antro dell’Anguana, che si trova alla destra della cascata, cattura la vecchia e la porta sulla piazza di Nebbiù. Qui dopo averla processata, la fa salire su una catasta di legna e gli da fuoco. Con sua sorpresa dalle fiamme cha avvolgono la Redosola, invece che invettive, escono frutti e semi che cadono sulla testa degli spettatori, come dimostrazione del suo amore per gli uomini. Da allora, ogni anno alla vigilia dell’Epifania, gli abitanti del paese <bruciano la Redosola> per ricevere i suoi regali.

 

Ispirata da un’antica leggenda della seconda metà dell’ottocento tramandata oralmente.

Rielaborata da Vittore Doro

LA REDOSOLA DI CALALZO

La Redosola di Calalzo, era una vecchia che portava un "gran zeston"…
Era vestita con una gonna lunga e nera, sopra la quale portava una "garmal"…
Sulle spalle portava uno scialle con le frange…
Sulla testa metteva un fazzoletto scuro…
Ai piedi calzava un paio di "scarpet" vecchi, brutti e rotti…

Questa vecchia, con i vestiti a brandelli, la faccia rugosa, le mani con unghie lunghe e sporche, il naso storto e la bocca con un dente solo… un tempo era una bella ragazza originaria di Lozzo di Cadore…

Di lei si era innamorato l'Orco di Val d'Oten, il quale la convinse a sposarlo, vivendo con il malvagio marito, anche la Redosola, un tempo buona d'animo, divenne anch'essa dispettosa e perfida…

Suo più grande divertimento era quello di scendere dai camini quando vedeva uscire fumo, segno evidente che in casa stavano cucinando del cibo, si dilettava a far cadere la fuligine, nelle pentole attaccate al "larin", di conseguenza, i manicaretti che le donne del paese stavano preparando venivano completamente rovinati…

C'era però una cosa che le faceva paura: L'Acqua Benedetta!
In quanto moglie dell'Orco, il quale era una specie di diavolo, che viveva nelle zone più impervie dei boschi intorno al paese, non poteva sopportare l'acqua Santa… sappiamo tutti che Diavolo ed acqua santa non vanno d'accordo!!!

Un giorno, ed era la vigilia dell'Epifania, la donna più anziana di Calalzo, accorgendosi che la Redosola sarebbe scesa dal suo camino, ebbe l'avvertenza di far bollire nella pentola appesa al "larin" dell'acqua Benedetta…

La Redosola, vedendo il fumo che usciva dal camino… come sempre si preparò a scendere dalla cappa e trovandosi di fronte all'acqua Santa si paralizzò dal terrore…
La donna che l'aspettava, le fece una specie di sortilegio e disse:

 

"Bruta e vecia sempre te sarà.
Fin chè Doan non te batedarà
Cosi che pi dispeti te farà…"

"Brutta e vecchia sempre sarai.
Finchè San Giovanni non ti battezzerà
Cosi che non farai più i dispetti…"

La Redosola, proprio in quel momento, si trasformò in una vecchia e brutta donna… Andò subito a bussare alla porta delle chiesetta di San Giovanni per tutta la giornata, ma il Santo non si fece vedere…

Finalmente a mezzanotte, San Giovanni si affacciò e chiese alla Redosola cosa volesse con tanta insistenza da disturbarlo per tutta la giornata… La Redosola rispose:

"Doan batedeme"

"San Govanni battezzami"

Il Santo, pensò di sfruttare la situazione, in cambio della benedizione le propose una penitenza per tutto il danno che fino a quel momento aveva compiuto… E le disse:

"Torna n outro an!"

"Torna un altr'anno!"

E la Redosola replicò:

"Quan mai saralo chela n?"

"Quando mai sarà quell'anno?"

San Giovanni allora sentenziò:

"Conta dute le iare de l iaron de Otin…
Dute i piele del le vace de Praciadelan…
Dute le ioze del Vedesana e del Molinà…
E dopo, ien ca che calchidun te batedarà!"

"Conta tutti i sassi del Ghiaione di Otin…
Tutti i peli delle mucche di Praciadelan…
Tutte le gocce d'acqua del Vedesana e del Molinà…
E dopo, vieni qui che qualcuno ti battezzerà!"

Piena di buona volontà la Redosola si mise al lavoro…
Con fatica ma senza tanta difficoltà, riuscì a contare sia la ghiaia di Otin che i peli delle mucche di Praciadelan…

La penitenza più difficile risultò il contare le gocce dei due torrenti…
Per risolvere questo problema, la Redosola, si ingegno, pensò di costruire

 

una diga nel punto in cui i due torrenti si incontrano…

La soluzione da lei adottata, non risultò delle più felici… infatti, la massa d'acqua accumulata, travolse la dige e la Redosola stessa…

Da allora… quando si verifica una grossa piena, i vecchi del paese dicono che è la Redosola, la quale tenta per l'ennesima volta di contare le gocce dei due torrenti, nel vano tentativo di essere battezzata…

Inoltre, gli anziani, raccontano che ancora oggi, se ci si trova a passare davanti alla chiesetta di San Giovanni, la notte tra il 5 e il 6 gennaio, possa sentire da lontano le grida sommesse e stanche della povera Redosola:

"Doan, Doan, batedeme!..."

"San Giovanni, San Giovanni, battezzami!..."

Ancora oggi, però… la Redosola non ha perso il vizio di calarsi dai camini per fare dispetti… ma sempre nel tentativo di redimersi e di farsi perdonare, la notte che precede il giorno dell'Epifania, si cala a fatica dai camini di tutte le case e lascia dei regalini ai bambini buoni e del carbone a quelli cattivi… sperando che questa sua buona azione, convinca San Giovanni…

-_-_-_-_-_-_-_-_-_-_-_-_-_-_-_-_-_-_-_-_-_-_-_-_-_-_-_-_-_-_-_-_-_-_-_-_-_-_-_-_-_-_-_-_-

BRUSA LA VECIA…

Nella simbologia e nella tradizione bruciando "la vecia" o nel nostro caso "la vecia Redosola", si brucia l'inverno con il freddo, i dolori e dispiaceri dell'anno che è appena passato, si da il benvenuto alla Primavera ripulita di tutto quello che è stato di brutto e negativo…

Il fantoccio, rappresentante la Redosola, era fatto di stracci e canne di granoturco, che proprio in questo periodo venivano tagliate… e veniva portato in un prato ricoperto di neve, lontano dalle case e dai fienili per evitare che si bruciassero…

Attorno alla Redosola, la sera della vigilia dell'Epifania, era usanza suonare la Sampogna, battere i coperchi e le pentole con la catena del "Larin", per scacciare lo spirito della Redosola e farla star lontano dai camini…

I fantocci erano più di uno, le varie parti del paese, costruivano il loro cercando di realizzare la "vecia" più originale ed il falò più alto e appariscente rispetto agli altri…

Prima di accendere il fuoco si svolgeva il cerimoniale, piuttosto solenne e suggestivo, del "Testamento della Redosola"…

Durante il falò. I vecchi erano particolarmente attenti alla direzione del fumo:
- Se si dirigeva verso sinistra… significava che l'inverno sarebbe stato cattivo e ancora lungo…
- Se di dirigeva verso destra… significava che sarebbe andato tutto bene e che la primavera sarebbe arrivata presto…

Terminato il falò… si compiva l'usanza di saltare la brace… chi non riusciva, si sarebbe ammalato entro l'anno… mentre le ragazze, che erano in grado di oltrepassarla senza gridare o senza spaventarsi, si sarebbero sposate, sempre entro l'anno…

-_-_-_-_-_-_-_-_-_-_-_-_-_-_-_-_-_-_-_-_-_-_-_-_-_-_-_-_-_-_-_-_-_-_-_-_-_-_-_-_-_-_-_-_-

AL TESTAMENTO D LA REDOSOLA…

Son la Redosola!
Ve preo: dareme na ioza de vin!
Io porto i dogati a i ostre canae,
su par i queste e do par i camin.
A forza de core ormai bucio le sbae!

E ades son ca! Saveo par cosa? Par fame brusà!
Le ane che penso e no sei dame d'intende,
parchè la dente me gove de zendre:
Sarà par l'usanza, ma intanto le n fato
O io son imbezila, o al mondo le mato!

Ma prima de ese ben brostolada
Laseme, ve preo, sta consolazion…

Scolteme! Ve giuro, no le na monada!
No ei nia da dave: le gueto al zeston.
Na scoa fruada, na cotola rota,
Doi scarpet sbusade, un gran garmalon:
Al me capital lè duto ca!
E in testamento io goi al ve lasa!

Ve laso an zeston che gueto le aposta,
ienpelo, ve preo, de tanta bontà!
E se calche ota sul cuor le na crosta,
al me zeston la delegherà…

Ve laso la scoa, dorela benon
Par netà al mondo da fame, guera e carestia…
Ma prima de duto vardè drio al porton:
po ese che inte ciasa sea calche cialpia!

Al me faoleto de cuor voi lasà,
a dute che che st'an ia penà:
ai puarete ch no i a magnà,
al dovin che al vin a ruinà,
ai vece che i fioi no i va a ciatà,
ai canae che i suoi i a maltratà,
e a duta la dente che no avon iutà!

E ades io ve laso sto gran garmalon,
a dute ioutre che se ieneste ca:
de salute e abondaza sea colmo benon,
parchè a Cialouz sea serenità.

Ei ancora le scarpe da ve lasà
Che le ve serve par caminà,
solo solo su strade che porta a l'amor
parchè serve a nia tanti schei ingrumà
se no te a la pas inte tel cuor!

Eco! Ei fini! Ca en tin le gran festa.
Perdoneme pal poco che ve ei lasà!...
Ancora an saludo me ien te la testa:
Che l'an nuo sea meo de l'an vecio pasà!

-_-_-_-_-_-_-_-_-_-_-_-_-_-_-_-_-_-_-_-_-_-_-_-_-_-_-_-_-_-_-_-_-_-_-_-_-_-_-_-_-_-_-_-_-

E ora la traduzione… ovviamente non rende come il testo originale, ma sicuramente vi fa capire il contenuto, che come noterete è veramente profondo e ben poco banale…

IL TESTAMENTO DELLA REDOSOLA…

Sono la Redosola!
Vi prego: datemi una goccia di vino!
Io porto i giocattoli ai vostri bambini,
su per i tetti e giù per i camini.
A forza di correre ho le bave alla bocca!

E adesso sono qua! Sapete perché? Per farmi bruciare!
Sono anni che ci penso e non so capire,
perché la gente mi voglia di cenere:
sarà per tradizione, ma intanto c'è un fatto,
o sono stupida o il mondo è matto!

Ma prima di essere ben bruciata
Lasciatemi, vi prego, questa consolazione…

Ascoltatemi! Vi giuro che non è una scemenza!
Non ho niente da darvi: è vuota la gerla,
Una scopa consumata, una gonna rotta,
Due scarpe bucate, un grande grembiule:
Il mio capitale è tutto qua!
Ed in testamento ve lo voglio lasciare!

Vi lascio una gerla che è vuota apposta,
riempitela, vi prego, di tanta bontà
e se qualche volta sul cuore c'è una macchia,
la mia gerla la scioglierà.

Vi lascio la scopa, usatela bene,
per pulire il mondo da fame, guerra e carestia,
ma prima di tutto guardate dietro al portone,
può esserci sempre della polvere…

Il mio fazzoletto lo lascio di cuore,
a tutti quelli che stanno in pena:
ai poveri che non hanno mangiato,
ai giovani rovinati dall'alcool,
ai vecchi abbandonati dai figli,
ai bambini maltrattati,
a tutta la gente che non abbiamo aiutato!

E adesso, vi lascio questo gran grembiule,
a tutti voi che siete venuti qua:
di salute e abbondanza sia ben colmo,
perché a Calalzo ci sia serenità.

Ho ancora le scarpe da lasciarvi,
che vi servano per camminare
solo sulla strada che porta all'amore,
perché non serve a niente accumulare tanti soldi
se non c'è pace nel cuore…

Ecco! Ho finito! Fra un po' ci sarà gran festa.
Perdonatemi per il poco che vi ho lasciato!...
Ancora un saluto mi viene in mente:
Che l'anno nuovo sia meglio di quello vecchio passato!

-_-_-_-_-_-_-_-_-_-_-_-_-_-_-_-_-_-_-_-_-_-_-_-_-_-_-_-_-_-_-_-_-_-_-_-_-_-_-_-_-_-_-_-_-

ALCUNE SPIEGAZIONI…

- "dute le feste porta ia"… che tutte le feste porta via…
- "Brusa la Vecia"… Bruciare la vecchia…
- "gran zeston"… grande gerla…
- "garmal"… grembiule….
- "scarpet"… tipiche calzature che una volta portavano le donne… in lana o velluto, con suola in pezza…
- "larin"… focolare…

- Val d'Oten… la Valle alle cui porte nasce il paese di Calalzo…
- Chiesetta di San Giovanni… si trova a Calalzo, proprio alla fine del paese, dove poi inizia la valle che porta verso Otin…
- Praciadelan… località di Calalzo in cui venivano portate le mucche al pascolo…
- Vedesana e Molinà… due torrentelli che passano sul territorio di Calalzo…

-_-_-_-_-_-_-_-_-_-_-_-_-_-_-_-_-_-_-_-_-_-_-_-_-_-_-_-_-_-_-_-_-_-_-_-_-_-_-_-_-_-_-_-_-

La tradizione del "Brusa la Vecia" è sempre stata mantenuta, ancora oggi, la notte tra il 5 e il 6 gennaio ci si ritrova attorno al falò su cui è posta la Redosola…

Come spesso accade, con gli anni, questa tradizione ha perso molto della sua suggestione e del suo carico di superstizioni popolari… La Sampogna non viene più suonata così pure i coperchi e le pentole vengono lasciate a casa… il falò è soltanto uno, la competizione è scomparsa… il testamento la Redosola, lo dirà da sola, nessuno se lo ricorda…

Nonostante tutto però… il paese ancora si riunisce nel freddo dell'inverno per vedere lo spettacolo che tanto affascina grandi e piccini…

 

 

TRADIZIONI NATALIZIE CADORINE DA SAN NICOLO' ALLA BELA STELA

ICONA NELLA CHIESA ARCIDIACONALE

Sono arrivate anche quest’anno, le Festività natalizie. Il segnale dell’inizo di questo periodo   è stato  dato dal “Campanot” che risuona in ogni paese all’imbrunire e che termina la vigilia di Natale. E’ un periodo che   è  determinante per il futuro dei nostri paesi, perché se è vero che ci sono molte ombre nell’economia delle nostre vallate, è altrettanto vero che ci sono anche molti elementi che ispirano fiducia e che potrebbero portare a soluzione una parte consistente dei problemi economici e sociali attuali, particolarmente per i giovani. Guardiamo quante opportunità  il Cadore e l’ampezzano offrono con il turismo: viviamo in un territorio tra i più belli e conosciuti del mondo, dove milioni di persone arrivano per godere di ciò che noi gustiamo ogni giorno. Non solo: le nostre vallate sono ricchissime di opere d’arte, di tradizioni, di cultura, con una cucina tipica molto gradita perché basata su piatti semplici ma dal forte sapore, il tutto condito con la presenza di  persone affabili, che sanno anche sorridere.  L’ambiente, nel periodo natalizio, con la neve, rappresenta un’autentica fonte di ricchezza, basta usufruirne e proporla a chi non la conosce, migliorare le strutture esistenti, e mettendole a disposizione dei turisti. Cortina, San Vito, Selva, Auronzo, Misurina, Casera Razzo, Sappada, sono ormai centri invernali molto richiesti nei quali durante le festività arrivano migliaia di ospiti che non si accontentano più degli impianti di risalita, ma esigono anche altri servizi  come negozi tradizionali,  centri commerciali, ristoranti e pizzerie, musei e  centri d’arte, locali di spettacolo, e..  poter vivere  le tradizioni ed i costumi Cadorini e Ladini che cercheremo di raccontare, anche se molti sono stati assorbiti dagli stili di vita attuali. Ogni vallata cadorina, nel periodo natalizio ha tradizioni differenti, a incominciare dall'arrivo di San Nicolò. Un santo che grazie alla tradizione nordica che ancora è ben conservata dalle famiglie dolomitiche, ha una doppia valenza: consegnare ai bambini in  forma anonima alcuni regali che serviranno anche durante il freddo inverno e rinverdire una tradizione che ha sempre affrattellato tutti gli abitanti delle Dolomiti, rendendoli più forti nella difesa dagli <spiriti del male> in arrivo nelle notti più lunghe dell'anno. Nel Cadore centrale intere generazioni di bambine e giovinette hanno dato per secoli  l’annuncio del Natale portando nelle strade “l bel Banbin” e  cantando la storia de “Le Pastorelle che portano un regalo a Gesù appena nato”: >Dove vasto tanto in fretta, cara amica pastorella, asto forse in quel cestello un regaletto a darmi a me?>.  Molto differente l’attesa, invece in Comelico, dove  alla vigilia di Natale per antica costumanza, si cucina e si mangia il baccalà condito con molto aglio. Fino a pochi anni fa, dopo il tramonto le osterie venivano chiuse perché ognuno doveva passare la serata in casa nell'intimità della famiglia. Ancora oggi segue  la messa di mezzanotte, allietata da vecchi inni e nenie. La messa offre anche la possibilità di scambiare i saluti con gli emigranti tornati nei paesi. La notte santa passa  lenta per i più piccoli che attendono ansiosi il mattino quando corrono al larìn e ora all’albero, a prendere ciò che Gesù Bambino oppure Babbo Natale ha portato loro.  Nelle famiglie tradizionali non sono regali costosi, ma arachidi, mandarini, noci, nocciole, fichi secchi e.. anche  carbone  per i più irrequieti. Il giorno di Natale si passa  in casa nella più perfetta unione e non si esce  neppure per fare gli auguri ai parenti. E’ la festa della famiglia per eccellenza. Il giorno successivo, a Santo Stefano, un coro formato da soli uomini passa di casa in casa cantando il Verbum Carum. Nella Valle del Boite, invece, il Verbum Carum da tempo si canta alla  vigilia dell’Epifania, facendo festa tutta la notte. Nell'abitazione degli sposi novelli, fino agli anni 1960, il coro  intonava l'inno paesano “l Bél Banbin”.

L’ultimo giorno dell’anno, all’imbrunire  ancora oggi  tutti si trovano in chiesa a cantare il Te Deum di ringraziamento per l'anno trascorso. Poichè la festa del Capodanno non è mi stata festeggiata fino al secondo dopoguerra, al ritorno dal Te Deum in ogni casa si festeggiava con la tradizionale mangiata delle frittelle annaffiate, dove si poteva, da vino rosso. Il primo giorno dell'anno in tutte le vallate era ed è ancora dei bambini: gruppi di 3-4 passano per le case pronunciando il più velocemente possibile il vecchio detto: “bondì, bón an, la bonamàn a mi (buongiorno, buon anno, una mancia a me) riuscendo ad ottenere un piccolo dono solamente se avevano pronunciato la frase prima di chi apriva loro la porta. La festa dell’Epifania ha  da sempre due modi differenti. Mentre in Comelico, anche se sono romasti in pochi legati alla tradizione, alla Vigilia la serata era molto sentita: gli uomini prelevavano dalle soffitte la famosa pietra bianca - un semplice sasso rotondo-, la immergevano in un recipiente di rame pieno d'acqua Santa e la lanciavano oltre il tetto della propria casa allo scopo di tenere lontani gli spiriti maligni. Le donne, in genere le più anziane, benedivano le stanze con aspersioni di acqua benedetta fatta poi bere a tutti i componenti la famiglia. Alla fine della cerimonia i bambini mettono la calza sul larìn per ricevere i doni dalla Befana. Nel resto del Cadore, invece, in ogni paese c’erano i cortei della Bela Stela riservato agli uomini, che giravano nelle famiglie cantando l’inno tradizionale differente paese da paese. E' un canto di questua che ha tradizioni antichissime. Oggi, si è attualizzato e viene organizzato da volontari per raccogliere contributi per i bisognosi. Nel paese di Nebbiù circa 50 anni fa, l’organizzazione  della Bela Stela è passata in mano ai giovani, mentre l’Associazione Pro Nebbiù, richiamandosi ad una tradizione che si perde nella notte dei tempi, riprese il rito del falò, che oggi è diventato “Brusa la Redosola”.  Il rito del falò piacque e molti paesi oggi lo ripetono sempre alla vigilia dell’Epifania. Come corollario delle Feste, negli ultimi anni è tornato di moda il Presepe,  ad iniziare da quello animato di Laggio. Oggi anche nelle famiglie, oltre che nelle chiese la raffigurazione della nascita di Gesù Bambino è tornata di moda anche nelle case dove le possibilità economiche non sono floride. Il Presepe è diventato artistico ed anche motivo di richiamo turistico. 

Ciao!
Prova a creare la tua pagina web come me! E' facile e lo puoi provare gratis
ANNUNCIO